Letture tendenziose | 25 aprile

letture 1 carré

L’11 giugno l’Uc compirà 75 anni. Fino ad allora, vi proporremo regolarmente letture, idee, immagini legate alla nostra storia o “in sintonia con il presente”, come avrebbe scritto Franco Antonicelli. Abbiamo scelto di chiamare questa serie di contributi Letture tendenziose in omaggio al titolo di un suo celebre discorso pronunciato a Livorno il 15 ottobre 1967 per l’inaugurazione della Biblioteca dei Portuali.

Vogliamo iniziare proprio con un estratto di quel testo, che è a sua volta una proposta di lettura da parte di Franco Antonicelli, l’invito “tendenzioso” a leggere poesia poiché, “per strade invisibili, per strade non immediatamente conoscibili, risveglia la coscienza” e ci rende più umani.

Letture tendenziose, Giardini, Fondazione Antonicelli

Daniela Steila legge "Letture tendenziose"

Voi dovete conoscere i poeti che parlano di voi. Ma quale poeta? Qualunque poeta. Ma io ne scelgo uno, e si chiama Pablo Neruda, Pable Neruda che ha avuto il Premio internazionale di Viareggio, Pablo Neruda che ho conosciuto, Pablo Neruda che fu console del Cile in Spagna durante la guerra civile e che parteggiò per i miliziani, parteggio per la Repubblica. Ah, fra tante poesie (ha fatto una lunga esperienza di poeta surrealista, simbolista, ecc.) intorno al ’49-’50 scrive quello che, secondo me, è il più grande dei suoi poemi, quello che si chiama Canto general, il canto della bellezza del Cile che si allarga ad essere il canto della bellezza di tutta l’America del Sud e di tutta l’America. C’è questo vero afflato che, lentamente, per vie geografico-poetiche, si allarga a tutta l’America. Questo Canto general ha una parte che si chiama Que despierte el Lenador (Si svegli il Tagliaboschi). E quando pensa al pericolo della bomba atomica, egli invoca Abraham Lincoln, il grande americano, perché intervenga:

Venga Abraham, e gonfi
il suo antico lievito
la dorata verde terra
d’Illinois, ed alzi
l’ascia sui nuovi negrieri
del suo popolo, contro
la frusta che batte lo schiavo,
contro il veleno della
stampa, contro il commercio
del sangue. Che vadano avanti,
cantando e sorridendo,
il giovane bianco con il giovane
negro, contro le mura
dell’oro, contro chi fabbrica
l’odio, contro il mercante
del suo sangue, cantando
sorridendo e vincendo.

Si svegli il Tagliaboschi!
E continua in quest’inno con cui voglio chiudere io:

Sia pace per le aurore che verranno,
pace per il ponte, pace per il vino,
pace per le parole che mi frugano
più dentro e che dal mio sangue risalgono
legando terra e amori con l’antico
canto; e sia pace per le città all’alba
quando si sveglia il pane, pace al fiume
Mississippi, fiume delle radici:
e pace per la veste del fratello,
pace al libro come sigillo d’aria,
pace per il gran Kolkhoz di Kiev;
e pace per le ceneri di questi
morti, e di questi altri morti; sia pace
sopra l’oscuro ferro
di Brooklyn, sia pace al portalettere
che entra di casa in casa come il giorno,
pace per il regista
che grida nel megafono rivolto
ai caprifogli, pace per la mia
mano destra che brama soltanto
scrivere il nome di Rosario, pace
per il boliviano segreto come
pietra nel fondo d’uno stagno, pace
perché tu possa sposarti; e sia pace
per tutte le segherie del Bío-Bío,
sia pace per il cuore lacerato
della Spagna partigiana:
sia pace per il piccolo Museo
del Wyoming, dove la più dolce cosa
è un cuscino con un cuore ricamato,
pace per il fornaio e i suoi amori
pace per la farina,
pace per tutto il grano
che deve nascere, pace per ogni
amore che cerca schermi di foglie,
pace per tutti i vivi,
pace per tutte le terre e per le acque.
E ora qui vi saluto,
torno alla mia casa, ai miei sogni,
ritorno nella Patagonia, dove
il vento fa vibrare
le stalle e spruzza ghiaccio
l’oceano. Non sono che un poeta
e vi amo tutti, e vago per il mondo
che amo: nella mia patria i minatori
conoscono le carceri e i soldati
danno ordini ai giudici.
Ma io amo anche le radici
del mio piccolo gelido paese.
Se dovessi morire mille volte,
io là vorrei morire:
se dovessi mille volte nascere
là vorrei nascere,
vicino all’araucaria selvaggia,
al forte vento che soffia dal Sud,
alle campane comprate da poco.
Nessuno pensi a me.
Pensiamo a tutta la terra, battendo
dolcemente le nocche sulla tavola.
Io non voglio che il sangue
torni a inzuppare il pane,
i legumi, la musica:
ed io voglio che vengano con me
la ragazza, il minatore,
l’avvocato, il marinaio,
il fabbricante di bambole e che entrino
con me in un cinema e che escano a bere
con me il vino più rosso.

Io qui non vengo a risolvere nulla.

Sono venuto solo per cantare
e per farti cantare con me.

 

Questa è la bella poesia di Neruda e voi direte: ma allora, amico nostro, ci suggerite delle letture tendenziose! È vero, vi ho suggerito delle letture tendenziose. Non è che i libri non vi diano letture libere (libro uguale libertà), ma vi ho suggerito letture tendenziose perché chi legge deve leggere con uno scopo, anche se deve nel suo animo accettare e assorbire tutto. Deve leggere con uno scopo.

(Franco Antonicelli, 1967, estratto da Letture tendenziose, Giardini 1984 poi a cura di Patrizia Antonicelli, 2018)

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