Lavoro culturale 4

LA MEDAGLIA BIANCIARDI

 

Dico subito che se ci sarà la rivoluzione, e se io riuscirò ad avere una qualsiasi ruolo in essa, anche di semplice simpatizzante, farò di tutto perché una delegazione sia inviata nel Tredicesimo arrondissement di Parigi, e sia costì celebrato, con medaglia o altro emblema luccicante e onorifico, il signore cinese delle macchine fotografiche.

Questo signore ha un negozietto, di cui non ricordo evidentemente la precisa collocazione, ogni volta credo sia sul lato dei numeri pari dell’avenue des Gobelins, ma non lo trovo mai lì, e solo dopo aver girato per un po’ lungo viali e stradine adiacenti a Place d’Italie ci finisco inevitabilmente davanti, allora mi riprometto di memorizzare una volta per tutte l’indirizzo esatto, senza per altro riuscirci. Comunque il negozietto esiste, e il signore cinese pure <…>

Era press’a poco questo il discorso che avrei redatto. “Compagno, amico, cinese… (Qui andavano inseriti, poi, dati più precisi sulla provenienza.) non voglio dilungarmi con elogi altisonanti, né indulgere in ampollosità senatoriali che poco si addicono a uno spirito rivoluzionario, che deve essere asciutto e aderente alle nude verità della vita. Tu compagno ed amico, per dieci anni almeno (e qui dovevo documentami meglio) hai non solo mantenuta invariata la vetrina del tuo negozietto, ma inoltre non hai neppure osato sostituire allo sgabello su cui sedevi, e alla seduta limitata solo a un terzo del tuo intero sedere, una seggiolina, anche modesta, ma capace di garantirti un sostegno pieno ed integrale, e se tu non hai ceduto a questa tentazione, non è stato per superfluo masochismo, ma per non dovere sguarnire, alle tue spalle, la mirabile muraglia a incastro fine degli apparecchi fotografici usati, e unicamente analogici, che hai deciso di vendere, e di vendere pacatamente. Hai prediletto la monotonia verace all’illusionismo frenetico dello store manager, senza curarti dell’effetto poco spettacolare, dell’influsso non psicotropo né distraente che il tuo negozietto ha sui passanti e sugli abitanti del quartiere, che implorano in realtà, soprattutto nei giorni lavorativi, piccoli stordimenti luminosi, poemi iconici elusivi, segnali orfici, su cui abbandonare per un attimo i loro sguardi furiosi. Hai esibito con dignità asiatica l’emblema del NIENTE-DI-NUOVO-SOTTO- IL-SOLE e, anche di sabato, hai parlato sempre con lingua denotativa, limpida, nominando una laika laika, e un grandangolo grandangolo. Non so neppure come tu abbia resistito alla speculazione immobiliare, e come non abbiano trasformato il tuo vano di sei metri quadri in una macchina distributrice, dalla smagliante corazza rossa, di pane caldo notturno e birre gelide. Hai tenuta alta la speranza negli anni bui del rinnovo permanente, del pittoresco a luccicanti vernici industriali, sei stato punto di riferimento di un possibile mondo che dura, che invecchia, che rimane riconoscibile nel suo vario e diverso profilo, imbellettato qui ma disadorno là, e non sottoposto a continua chirurgia estetica, a quotidiana asportazione di tutto quanto esiste senza sforzo, senza rovello manageriale, senza demente agitazione.”

Questo, a grosse linee, il mio discorso, che avrebbe potuto concludersi con un riferimento marxista, immancabile in una celebrazione rivoluzionaria: “Non hai accettato mai che il valore d’uso divenisse un epifenomeno miserabile e cretino del valore di scambio”. Devo, però, aggiungere, che sarei stato molto insistente con il Comitato Rivoluzionario di quartiere perché quel riconoscimento fosse istituito alla memoria di Luciano Bianciardi. Al cinese del negozietto, io avrei consegnato una “Medaglia Bianciardi”, e avrei fatto stampare dei poster propagandistici che riportassero questo passo della Vita agra: “Occorre che la gente impari a non muoversi, a non collaborare, a non produrre, a non farsi nascere bisogni nuovi, e anzi a rinunziare a quelli che ha”. Questa mi sembra ancora oggi la lezione più alta, la più luminosa espressione della saldezza morale di un cittadino veramente rivoluzionario: non cercare di migliorare la propria vetrina, da intendersi nel significato più lato, come espressione pubblica e sociale della personalità, non agitarsi inutilmente per suscitare scalpore e interesse, per catturare lo sguardo degli alti prelati dell’industria, della politica o dei media, vivere non segretamente, ma almeno in modo denotativo e monotono, come monotone e denotative, e pure abbastanza sceme, sono le gioie della vita, quali ad esempio il non fare nulla, il succhiare un sesso, il dormire sotto il sole. (Andrea Inglese, Parigi è un desiderio)

 

 

No Replies to "Lavoro culturale 4"

    Leave a reply

    Your email address will not be published.