Un anno di rivoluzioni

bunker revolution

“Rivoluzione” si dice di un cambiamento radicale e repentino, che in un lasso di tempo relativamente breve interviene a modificare uno stato di cose trasformandolo. A distanza di tempo gli storici indagano le continuità e rivedono le scansioni, ma non c’è dubbio che nella coscienza di chi attraversa un’epoca rivoluzionaria prevalga il senso della frattura e del rivolgimento.

Oggi esperienze di questo genere si danno nella nostra società per lo più come eventi subìti: si parla di “rivoluzione del lavoro” e di “rivoluzione tecnologica” che hanno stravolto e modificato in modo radicale le nostre società, imponendosi come un destino a cui non si può o non si riesce a resistere, certo da interpretare, a cui adattarsi o da modificare, ma che si compie al di sopra degli individui trascinandone le vite. Di rivoluzione agìta, di cambiamento progettato e auspicato, rischi assunti, entusiasmi e illusioni, si parla per lo più al passato in modo a volte celebrativo, a volte con ironia o cinismo.

Nell’anno 2017-2018 all’Unione Culturale proveremo a ragionare lungo il filo conduttore delle “rivoluzioni” e delle soggettività rivoluzionarie, incorniciando idealmente, tra il centenario dell’ottobre russo e il cinquantenario del maggio francese, altri nodi rivoluzionari (e anche controrivoluzionari): la chiusura dei manicomi in Italia, i movimenti del 1977-78, il superamento del binarismo di genere e i contraccolpi che ne derivano, le utopie artistiche e sociali… E poiché il ragionamento sulle soggettività rivoluzionarie attraversa anche la contemporaneità, ad inaugurare il nostro anno “rivoluzionario” sarà il 10 ottobre ore 21 una riflessione sulle esperienze in corso nel Rojava.

L’Unione Culturale sarà uno spazio di pensiero non celebrativo, di confronto critico. In fondo, il modo migliore per ragionare di rivoluzione è provare a spostare lo sguardo, rovesciare il punto di vista, pensare l’alterità.

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