Luca

Listener

Una volta un amico, sapendo che per lo più faccio i titoli sul giornale per cui lavoro, mi ha chiesto di dare un titolo alla mia vita. Mi è venuto in mente: “Se potevo, restavo”

(Luca Rastello, 27 novembre 2011).

Luca Rastello se ne è andato. Il cancro ha vinto, l’intelligenza e la vita hanno perso. Scacco matto. Sono scaduti ieri sera gli anni passati a giocare l’ultima partita, coi pezzi bianchi e con quelli neri, cambiando spesso il lato della scacchiera, per strappare alla morte ancora il tempo di un viaggio, di un amore, di una chemio, di un libro da leggere o scrivere. Luca se ne è andato e non è esattamente come quando se ne va uno di noi, un amico, un compagno di strada o di niente. Che non te lo aspetti, che ti fa male, che ti sembra assurdo, che così è la vita ma si deve andare avanti. Perché – e stanno qui il paradosso e lo sconcerto – a forza di danzare sulla sua deadline come un eschimese tra due lastroni di ghiaccio (era questa l’immagine, il ruolo dell’intellettuale critico del potere che gli piaceva) avevamo quasi finito per credere che Luca fosse immortale. Che sarebbe stato lui, con una giocata mirabolante, a dare lo scacco finale.

Di Luca, della sua malattia e del suo coraggio, avevo sentito parlare per la prima volta più di dieci anni fa, nello spogliatoio di una palestra, dopo un’improbabile partita di pallavolo. Da suoi colleghi che lo descrivevano come un fuori categoria, con rispetto, come uno di cui ci si può fidare. Come uno che si può ammirare. Cosa rarissima e preziosa nell’ambiente, dicevano. Una mosca rossa. Uno che lavorava, come loro e noi, in una filiale di quella “fabbrica del conformismo” che ha reso l’Italia il paese osceno che oggi è (nel suo caso “Repubblica”, ma avrebbe potuto essere qualsiasi altro giornale, casa editrice, scuola, università, festival, banca, partito) come un personaggio di Hrabal. Con il minimo grado di coinvolgimento e il massimo grado di lucidità possibile. Da allora ne ho sempre sentito parlare così. Non è poco.

La lucidità di Luca era semplicemente emozionante. Ricordo un’intervista per “Alfabeta”, una serie di discussioni private e pubbliche su “I buoni” (il libro che il coccodrillo sul suo giornale liquida con le seguenti parole, tutte integralmente false: “Nel suo ultimo romanzo, “I Buoni”, Luca Rastello ha invece raccontato i tanti compromessi cui vengono costretti i “professionisti” del bene”). Non c’era angolo buio, punto cieco, contraddizione o aporia di un problema che Luca non cogliesse e sottoponesse a un’analisi spietata. Perché sul suo tavolo da vivisettore, prima di chiunque altro, ci aveva posto se stesso. La speranza, tutta guerriera, era che quella lucidità diminuisse almeno di un grado il tasso di cecità, di autoinganno e di servitù più o meno volontaria che umilia oggi le nostre vite. Che consentisse di anticipare di almeno un paio di mosse gli attacchi di un avversario fortissimo. Tenendolo in stallo o in scacco ancora per un poco, per un altro tempo di vita. Sino alla battaglia finale, quella dopo la quale, da sempre, restano solo gli occhi per piangere.

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